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Wilfried Ehrmann,Ph.D. Intervista Stanislav Grof (1994)

Alcuni aspetti cruciali della Respirazione Olotropica

1°Domanda : Mi sembra che Il problema dell’integrazione del materiale che emerge con la Respirazione Olotropica (da qui in poi: RO) non venga affrontato in modo esauriente nella pratica .
Pur essendo chiaro che l’approccio interpretativo sia tralasciato deliberatamente nel pieno rispetto dell’esperienza del cliente, rimangono tuttavia molte questioni aperte ; esempio , come si possono integrare in modo armonico tali esperienze e riunirle in un insieme strutturato?
Risposta di Stan : Sono d’accordo con te quando affermi che nella RO, come in qualsiasi altro lavoro che
implica stati non ordinari di coscienza, l’integrazione dell’esperienza sia un aspetto fondamentale.
Ma sono di diverso avviso riguardo all’assenza di indicazioni adeguate sull’integrazione nella letteratura
e nella formazione della RO.
Il fatto che noi tralasciamo l’interpretazione convenzionale a causa della sua arbitrarietà e della sua subordinazione alla scuola di pensiero del facilitatore non significa che non siamo consapevoli della necessità di agevolare l’integrazione di esperienze particolarmente intense.
Vi sono molti passaggi dedicati a questo problema fondamentale nelle mie prime pubblicazioni sulla terapia
psichedelica, e anche in altri miei scritti più recenti sulla RO,
A questo proposito, cercherò di illustrare brevemente quali sono a mio avviso i principi fondamentali alla
base della RO. In primo luogo affronterò l’argomento in relazione con gli workshop nei quali la RO viene esperita in un contesto di gruppo spesso con motivazioni auto-esplorative , in seguito aggiungerò alcuni commenti sull’uso clinico della RO, nell’ambito della cura di gravi disordini emozionali e psicosomatici.
I fattori che facilitano l’integrazione iniziano ad operare prima ancora della sessione di RO, in vari momenti: la preparazione teorica approfondita, il contatto positivo che si instaura con i facilitator, la fiducia nel gruppo, che si consolida progressivamente; sono tutti aspetti di estrema importanza.
Poi, durante la seduta stessa di RO, intervengono in tal senso altri fattori, quali il fatto di tenere
l’esperienza interiorizzata, il senso di sicurezza, l’attenzione concentrata sul materiale inconscio
emergente e infine la volontà di esprimere pienamente le emozioni e le energie fisiche che affiorano, tutti
prerequisiti sostanziali per una buona integrazione.
Per coadiuvare al meglio l’integrazione dell’esperienza, i facilitator e i sitter rimangono al fianco della
persona che respira fintanto che dura l’intero processo, e per tutto il tempo che si verificano esperienze
inusuali. Per la fase finale della sessione di RO abbiamo sviluppato una serie di esercizi per il corpo studiati appositamente per la conclusione ottimale del lavoro.
Anche un contatto ravvicinato con la natura può avere un effetto tranquillizzante e di radicamento, e quindi agevolare l’integrazione della sessione. A questo scopo l’esposizione all’acqua è particolarmente efficace,  ad esempio tramite un bel bagno caldo in vasca o in una piscina, oppure l’immersione in un lago o nel mare il contatto con la campagna od il bosco.
Nella fase successiva anche il lavoro con i mandala e la condivisione con il gruppo sono fondamentali.                  Ci teniamo alla larga delle interpretazioni, ma i facilitator si avvalgono spesso di altri metodi  la
depatologizzazione e la convalida delle esperienze, l’incoraggiamento e il sostegno verbale, il supporto
rincuorante del gruppo, la danza espressiva, ecc
Inoltre, nei giorni successivi a sessioni particolarmente intense,( seminari di durata settimanale ) durante le quali  si siano verificate emergenze emotive o aperture di notevole profondità, vi è la possibilità di avvalersi di un’ampia gamma di approcci complementari per facilitare l’integrazione. Si può ad esempio discutere sulla sessione con un facilitator esperto, oppure riportare per iscritto il contenuto dell’esperienza, o ancora disegnare altri mandala.
Possono anche essere di grande utilità specifici esercizi per il corpo sotto la guida di un professionista
che agevoli l’espressione emotiva, o altre forme di attività psico-motoria , di movimento consapevole o
semplicemente fisica quali il jogging, il nuoto e la danza ; specialmente qualora l’esperienza olotropica
abbia liberato una quantità eccessiva di energia fisica fino ad allora bloccata. Una sessione di terapia Gestalt, o bioenergetica ,oppure di attività junghiana con la sabbia, secondo il metodo di Dora Kalff, possono essere di grande aiuto per penetrare ancor più in profondità nelle intuizioni e nei contenuti emersi durante l’esperienza olotropica.
Qualora le sessioni RO vengano espletate in un contesto clinico, l’approccio di gruppo può essere usato
soltanto con clienti che non abbiano problemi emotivi tali da impedire loro di assumere il ruolo di sitter.
Altrimenti, è necessario ricorrere a sessioni individuali private.
Il lavoro in contesto clinico, sia esso individuale o di gruppo, implica un maggior tempo dedicato al paziente da parte del terapeuta. 
Queste sessioni esperienziali devono essere completate da incontri terapeutici, durante i quali si aiuta il paziente ad integrare le esperienze emerse durante le sessioni nella vita quotidiana e a tracciare la strategia da adottare nella seduta di RO successiva.
Anche in queste situazioni il lavoro deve essere eseguito secondo i principi e il metodo propri alla RO," ossia senza utilizzare l’interpretazione".
Lo ripeto, il motivo di questa scelta è, da un lato, l’assoluta arbitrarietà delle “interpretazioni”, che riflettono inevitabilmente i preconcetti propri ad ogni scuola di pensiero, e, d’altro canto, il fatto che non vi è alcuna prova a sostegno dell’esistenza di una correlazione tra il contenuto delle interpretazioni e i risultati clinici.
Apparentemente, i risultati terapeutici vengono condivisi in maniera abbastanza equa tra le varie scuole di
psicologia, ma dipendono più dalle qualità personali dei terapeuti che dalla “veridicità” dei loro principi teorici, riflessi nelle loro interpretazioni.

2. Domanda :Se è vero che le informazioni introduttive alla RO si sofferma in modo esauriente sul probabile insorgere di esperienze transpersonali o “spettacolari”, come da lei descritte in varie pubblicazioni, è anche vero che esso può influenzare i partecipanti spingendoli proprio in questa direzione. È pertanto possibile che tali esperienze fuori dall’ordinario siano prodotte dall’atmosfera particolarmente “carica” di un gruppo intento nella respirazione olotropica.

R.: Il fatto di etichettare le esperienze perinatali e transpersonali con l’appellativo “spettacolare”,
come hai appena detto, riflette un forte pregiudizio professionale e culturale.  Ho un’amica meravigliosa,
Jane Middelton-Moz, che è per metà indiana d’America; essa disapprova l’uso che io faccio dell’espressione
“stati non ordinari di coscienza”.
Non parliamo poi del termine “stati alterati”, che lei disapprova ancor di più e per il quale io stesso
provo una certa avversione.
Ha un sapore decisamente peggiorativo e sottintende un giudizio negativo riguardo al valore ontologico e alla rilevanza di queste esperienze (mi viene sempre in mente l’uso che fa la medicina veterinaria del termine “alterato”, quando lo sento).
È come se si dicesse che esiste un “modo normale” di sperimentare noi stessi e il mondo, e che tutto ciò
che si trova al di là di questa linea di confine è un prodotto di qualche malattia mentale, dovuto a qualche processo patologico sconosciuto del cervello, che la scienza monistica e materialistica non ha ancora individuato.  Jane continua a dirmi: “Stan, non capisco proprio perché usi il termine “stati non ordinari”. Per la mia gente, queste esperienze fanno parte del normale bagaglio di esperienze umane”. Come vedi, da una parte mi criticano perché sono eccentrico ed esotico, dall’altra perché sono troppo conservatore.
Quaranta'anni di lavoro con gli “stati non ordinari” di coscienza "ora per questi stati preferisco usare
il termine “olotropico” (come spiego in Psicologia del Futuro, ) mi hanno convinto che la verità, in questo
caso, è dalla parte dei nativi americani (e di tutte le culture antiche e preindustriali) e non dalla parte
del pensiero psicologico e psichiatrico dominante in occidente.
Innumerevoli volte sono stato testimone dello straordinario potere di guarigione delle esperienze perinatali e transpersonali, insieme a molte altre persone durante i corsi di formazione e nei workshop.
La psichiatria tradizionale dovrà prima o poi allargare le proprie vedute e accettare l’esistenza di questi
fenomeni “anomali”. Per quanto riguarda la seconda parte della tua domanda, sulla possibilità di
condizionare le esperienze dei partecipanti mediante un “discorsetto”, spingendoli nel regno dello
“spettacolare”, è veramente minima.
Più volte abbiamo visto persone che desideravano accedere a questi regni, o sperimentare la morte e rinascita psico-spirituale, rivivere ricordi karmici, o ancora incontrare esseri archetipi, solo perché avevano letto qualcosa in proposito, ma non ci sono riusciti.
L’esperienza li ha portati invece a confrontarsi con le corazze fisiche, con la rabbia, o con la morte
della loro madre. Gli stati olotropici ti portano a quello di cui hai bisogno, non a quello che decidi
razionalemnte.

3. Domanda Tutti sanno che in un gruppo lo stato d’animo e l’atmosfera si propagano facilmente tra i partecipanti,
esercitando una forte influenza su ogni membro. Il formato della RO si adatta mi pare difficilmente a
sessioni individuali, ossia a sedute con una persona e un facilitator.  Vi è pertanto il rischio che la RO
diventi parte di una “cultura di workshop”, nella quale le persone passano incessantemente da un’esperienza
ad alto livello ad un’altra, esperienze isolate che finiscono col perdere rapidamente ogni effetto curativo
non appena si dissolve il gruppo.

R.: Non è esatto dire che il formato della RO non si adatti facilmente alle sessioni individuali.
Come ho detto prima, la RO può essere, ed è stata utilizzata in varie occasioni anche in sedute individuali.
Tuttavia, fatta eccezione per il contesto clinico, nel quale la seduta individuale è più che giustificata,
essa non rappresenta il miglior modo di condurre la RO.
Un contesto di gruppo offre molti più vantaggi significativi.
Tra questi, il più evidente è l’aspetto economico.  Mentre occorre disporre di tre ore per una sessione
individuale di RO,  Christina ed io, nei primi tempi ad Esalen e in altre località eravamo soliti lavorare con un massimo di 36 partecipanti per volta.
In seguito, nei gruppi internazionali più numerosi (quelli più grandi, a Santa Rosa e a Praga, riunivano
più di 300 partecipanti), abbiamo utilizzato un facilitator esperto per ogni cinque coppie.
L’esperienza ci ha mostrato che i sitter non addestrati, in genere, sono in grado di coadiuvare efficacemente l’intero processo di respirazione dei partecipanti; i facilitator esperti sono necessari soltanto quando
particolari situazioni insorte durante le sedute richiedono competenze specifiche, oppure nella fase finale
delle sessioni, quando può essere necessario ricorrere al lavoro sul corpo (bodywork).
Una sessione individuale che si protragga per due ore oltre il tempo previsto (cosa che accade non di rado)
manderebbe all’aria l’orario del singolo terapista, a meno che quel dato cliente non fosse l’ultimo previsto per quel giorno.
Una situazione di questo tipo non creerebbe alcun problema in un gruppo più numeroso, visto il numero dei
partecipanti; il formato del workshop verrà infatti dimensionato in funzione di questa probabilità.
Inoltre, l’atmosfera che si crea durante le sedute di gruppo ha un potente effetto catalizzatore e dà origine,         a sua volta, ad esperienze molto più intense di quelle che possono verificarsi nelle sessioni individuali.
Sotto questo aspetto, gli incontri di gruppo diventano molto simili a rituali ,il riconoscimento dell'importanza di un incontro con se stessi crea un atteggiamneto interiore di rispetto ,accoglimento ed ascolto sacro .
L’uso di potenti compagini musicali, l’atmosfera di sicurezza e l’effetto contagioso dei processi emotivi
degli altri partecipanti rendono lo svolgimento in gruppo particolarmente efficace.
La compresenza di tutti questi elementi rende più facile il coinvolgimento di ogni partecipante, mentre nella seduta individuale chi respira è molto più controllato .
Un altro aspetto del lavoro di gruppo che merita di essere ricordato è l’esperienza dei “sitter” (metto
questo termine tra virgolette perché di fatto non coglie in modo del tutto adeguato la funzione di questi
compagni/assistenti, o partner; ma finora non ne ho trovato uno migliore).
Tantissimi partecipanti ci hanno detto di aver imparato moltissimo dal ruolo di sitter,anche per il proprio processo personale. Questo si riflette nel fatto che un numero impressionante di partecipanti ai workshop RO, a seguito della profonda commozione provata durante l’esperienza come sitter decidono di iscriversi ai corsi di formazione per diventare facilitator.
Un altro vantaggio è la condivisione in gruppo delle proprie esperienze. Se il terapista o il facilitatore
non giudica e non rifiuta le esperienze dei singoli partecipanti anche se essi stessi, per primi, le considerano altamente sgradite (ad esempio episodi di aggressività, contenuti sessuali, ecc.), il materiale esperienziale stesso, cessa di essere considerato offensivo e disdicevole e può essere accolto nella coscienza e differenziato.
Se gli stessi partecipanti, ed i facilitatori non esprimono giudizi , anzi si i mostrano comprensivi, amorevoli e pronti ad aiutare, l’esperienza che ne consegue può avere un alto valore correttivo.
E questo aiuterà anche gli altri ad essere più aperti e sinceri riguardo a ciò che considerano disdicevole
maligno e segreto .
Tutto questo contribuisce alla creazione di un’atmosfera di gruppo nella quale i partecipanti sono consapevoli di condividere problemi propri all’intera specie umana, cosa che può avere un notevole effetto liberatorio. Inoltre, in molti casi il contatto sociale tra i partecipanti prosegue dopo le sedute, dando luogo a varie reti nazionali e internazionali in grado di fornire un importante sostegno emotivo, filosofico e spirituale.
L’effetto delle esperienze di RO si estende pertanto ben oltre gli “alti” (o i “bassi”) delle sessioni stesse e non si riduce ad una subcultura di individui isolati, emotivamente dipendenti da esperienze occasionali e “spettacolari”.

4. Domanda : La RO ricorre alle possibilità insite nel rapporto terapeutico. La RO utilizza poco le opportunità del rapporto terapeutico che, secondo le ricerche in psicoterapia, rappresenta il principale fattore di guarigione di qualsiasi terapia (cf. Moeller, 2000, p. 59).

la sessione olotropica richiede un intervento minimo da parte del terapeuta. Il suo compito principale è
quello di osservare il processo , di aver cura che tutto proceda in un’area di sicurezza e che il respiro
mantenga un andamento efficace .” (Grof 1987, p 252)
R.: La RO dà particolare risalto all’interiorizzazione del processo e alla guida di quest’ultimo da dentro.
Come ho detto prima, in questo modo si elimina un intervento terapeutico arbitrario che rispecchi la formazione e i preconcetti personali del terapeuta.
I testi sulla terapia verbale mettono in risalto la qualità del rapporto terapeutico, non il contenuto
delle interpretazioni, degli aspetti specifici o delle tecniche, tutti fattori che variano a seconda delle scuole e dal soggetto-terapeuta ; e che non possono pertanto avere un esito curativo determinante.
Nella RO, presa nel suo insieme,l’aspetto relazionale ha un ruolo essenziale nel processo di guarigione:
così come il rapporto con i facilitator, con i sitter e con gli altri membri del gruppo.
Una delle caratteristiche più straordinarie del lavoro con stati olotropici della coscienza è proprio la rapidità in cui si sviluppano legami intensi; l’antropologo americano Victor Turner scrive infatti che condividere il proprio tempo in eventi rituali di questo tipo facilita grandemente la formazione di quello che egli definisce “communitas”, ossia una profonda connessione emotiva e un senso di appartenenza. E questo di per sè è già un fattore di guarigione molto potente.
Non dimentichiamo poi un altro elemento importante della RO: l’uso del contatto fisico di sostegno con lo
scopo di soddisfare i bisogni anaclitici e l’esperienza interpersonale correttiva a livello profondo, preverbale.         È un argomento che meriterebbe un dibattito a parte.

5. Domanda : Riguardo all’astensione da ogni interpretazione, i facilitator non dovrebbero interpretare le esperienze al momento della condivisione di gruppo, dopo la seduta di respirazione. Questo perché l’interpretazione potrebbe inibire o mentalizzare il processo ,quindi interferire o invalidare il potere trasformatore dell’esperienza stessa. È senz’altro un’idea fondamentale, che dovrebbe essere presa in considerazione in qualsiasi processo di auto-esplorazione profonda. Ma in molti casi è importante poter essere di sostegno al cliente nella fase d’integrazione, soprattutto quando l’intensità e l’ eccezionalità dell’esperienza sono tali da poter dar luogo a una certa confusione.

R.: Credo di aver già detto abbastanza riguardo alla natura capricciosa dell’interpretazione psicologica.
Sono d’accordo con te sull’importanza di offrire al cliente un sostegno per una corretta integrazione e per
l’inserimento dell’esperienza nella realtà ordinaria.
Credo anche che il cliente e il terapeuta dovrebbero cercare insieme un significato. Ma sono anche convinto che esistono molte altre modalità migliori dell’interpretazione per raggiungere questi obiettivi , esempio l'amplificazione ( Junghiana).
Questo è particolarmente vero qualora il terapeuta abbia un sistema di riferimento concettualmente ristretto, limitato alla biografia postatale e all’inconscio individuale freudiano, secondo la pratica psicoterapeutica attualmente dominante.
In questo caso le interpretazioni potrebbero essere gravemente fuorvianti, poiché non tengono conto delle
esperienze perinatali e transpersonali in quanto considerati fenomeni sui generis.
Il terapeuta sarebbe infatti propenso a vederli come eventi da definire in termini biografici, o addirittura a scambiarli per dei prodotti di un processo psicotico per il quale non vi sia alcuna interpretazione psicologica, e quindi da evitare.
Questo ci riporta al nostro dibattito precedente sulle “esperienze spettacolari”.
Se il lavoro con la respirazione olotropica utilizza una cartografia della psiche più estesa, i partecipanti dispongono già a priori di una struttura concettuale all’interno della quale la maggior parte delle esperienze altrimenti considerate “spettacolari” vengono considerate come normali componenti della psiche umana.
Tale prospettiva è condivisa anche dai facilitator e dagli altri membri del gruppo, riproducendo quindi una
situazione molto simile a quella di chi partecipa a rituali di tradizioni native.  In tali circostanze le
“esperienze spettacolari” danno luogo ad un senso rispettoso del sacro interno ed esterno, di sincronicità, piuttosto che a tumulti emotivi, a sconvolgimenti concettuali o a confusione.

6. Domanda : La RO e il “Guaritore Interiore” Secondo la RO, ognuno di noi si porta dentro un ente, un’essenza " Guaritore Interiore "che regola l’andamento e gli strumenti che riguardano la crescita della nostra anima. Durante una seduta di RO questa ipotetica guida interna è responsabile di far affiorare solo il materiale che può essere integrato. Quest’idea è senz’altro vantaggiosa in quanto suggestione per infondere nel partecipante un senso di
sicurezza e fiducia, e quindi per ridurre la probabilità che affiorino esperienze difficilmente
integrabili.

R.: Quando diciamo che i vari stati olotropici (crisi iniziatiche degli sciamani, esperienze psichedeliche,
emergenze spirituali, ecc.) mobilizzano il “guaritore interiore”, ossia quell’intelligenza intrinseca della
psiche che guida il processo, questo non significa che vi sia una garanzia assoluta di sicurezza e di un
esito vissuto come gradevole del processo .
Benché il processo possegga un grande potenziale di guarigione e sia in genere orientato verso la salute,
l’esito finale è comunque determinato da una serie di variabili interne ed esterne – la capacità del soggetto di abbandonarsi, o, al contrario, la sua resistenza, la situazione personale e l’ambiente, la qualità del sistema di sostegno, vari fattori culturali determinanti, ecc.
Ad esempio, nelle culture native si dà per scontato che la crisi sciamanica sia il frutto di una chiamata
dall’alto, e che sia per sua natura curativa e benefica.
Questo è vero anche per il risveglio della Kundalini, come viene descritto nei testi yogici.
Ma al contempo si sa anche che questi processi, in date circostanze culturali estranee a questi fenomeni ,
possono dar luogo a seri problemi a coloro che ne fanno esperienza.
Sia le tradizioni sciamaniche che quella yogica sottolineano il fatto che può essere molto pericoloso resistere al processo. Non è raro che insorgano gravi problemi, quali addirittura crisi psicotiche, durante le pratiche spirituali intense, con o senza esercizi di respirazione, ad esempio nelle sesshin Zen, nei ritiri Vipassana, durante le preghiere cristiane o le danze Sufi, o durante terapie esperienziali occidentali catartiche ecc.
Per quanto concerne la pratica psicoterapeutica, vi sono stati dei casi di esaurimento emotivo anche in
circostanze che non comportavano alcun esercizio respiratorio – durante una psicoanalisi tradizionale, o
incontri Gestalt, oppure ancora durante percorsi di formazione in psicoterapia, ecc
In tutte le attività umane esiste sempre un fattore di rischio, e questo è vero anche per la psicoterapia e
per la pratica spirituale. Possiamo cercare di ridurre tale rischio al minimo, ma non si può mai promettere
una sicurezza assoluta.
Ci saranno sempre fattori al di là del nostro controllo. Non bisogna pertanto biasimare il guaritore interiore per i problemi di integrazione che insorgono, né riversarne la responsabilità sui facilitator.

7. Domanda : Il formato della RO è relativamente fisso, mentre alcuni elementi della RO sono stati utilizzati in modo più flessibile in altri contesti ,

R.: Prima di rispondere a questa domanda, vorrei rivolgermi a quello che hai detto sul tempo necessario per
le esperienze di RO. E’ importante fare una distinzione tra un seminario introduttivo, che raggruppa molte persone alle prime armi riguardo al processo e che pertanto richiedono una preparazione teorica e pratica completa.           In questo caso ci occorrono almeno due giorni (di solito venerdì sera, sabato e domenica mattina).
Chi ha familiarità con il lavoro della R. O. si può incontrare soltanto per le sessioni di respirazione e
per la condivisione.
Ora passiamo alla tua domanda.  Sono cosciente del fatto che esistono altri approcci che fanno uso della
respirazione in sedute considerevolmente più brevi di quelle con la RO.
Ma di solito questi ultimi fanno anche uso di strategie più conservatrici, ad esempio affiancano il lavoro
sulla respirazione con il dialogo e la guida terapeutica, sorvegliando il processo e controllando l’intensità e la forma della respirazione, ecc.
Questo approccio spesso tende ad evitare quelle aree esperienziali d’apparenza troppo intensa .
Tuttavia è proprio l’esistenza di materiali di questo tipo nell’inconscio (ad esempio il trauma della nascita, ricordi di quasi annegamento, archetipi demoniaci, ecc.) che di fatto tende ad essere la fonte dei maggiori problemi  emotivi e psicosomatici del cliente. Questi ultimi non possono emergere, essere accolti ed essere elaborati con esperienze più brevi , più superficiali e meno intense.
Ogni qualvolta consentiamo alle esperienze di svilupparsi pienamente, dobbiamo anche continuare il lavoro
per tutta la durata necessaria a concluderlo; non si possono fissare dei limiti di tempo.
Credo che il mio pensiero e la mia strategia a questo riguardo siano stati profondamente influenzati dal
periodo in cui ho lavorato con le sostanze psichedeliche, durante le quali non si può determinare, né controllare la profondità dell’esperienza stessa, e neppure decidere a priori come dovrebbe essere.
È in occasione di questo lavoro che ho avuto modo di osservare ripetutamente che le esperienze che possono
sembrare, a prima vista, pericolose e disturbanti sono di fatto quelle che verranno seguite da una guarigione più profonda, se sostenute e integrate in modo appropriato (ad esempio rivivendo una nascita difficile).                  
Evitare di affrontarle per concentrarsi a priori su zone più “sicure” dell’inconscio sarebbe pertanto controproducente, e imporrebbe dei limiti al grado e alla profondità emergente dall’inconscio , dunque anche dalla guarigione che potrebbe essere ottenuta.

8. Domanda : Che ruolo ha il respiro nella R.Olotropica ,è usato soprattutto per dare l’avvio
all’esperienza, o come catalizzatore della stessa.

R.: Da secoli ormai sappiamo che è possibile influire sulla coscienza tramite tecniche respiratorie.
I procedimenti usati in passato, con questo scopo, da diverse culture antiche e non occidentali, spaziano in  un’ampia gamma di possibilità, che vanno dall’intervenire in modo drastico sulla respirazione all’uso di esercizi  molto raffinati e sofisticati propri a varie tradizioni spirituali. Basti citare la forma originale di battesimo praticata dagli Esseni, che prevedeva l’immersione forzata dell’iniziato nell’acqua per un lungo periodo di tempo.
Questo causava una potente esperienza di morte e rinascita. In altri gruppi invece, i neofiti venivano
quasi soffocati mediante il fumo, o con tecniche di strangolazione, oppure comprimendo le carotidi.
Estremizzando l’attività respiratoria, sia mediante l’iperventilazione, sia trattenendo a lungo il respiro, oppure ancora alternando le due tecniche, si possono indurre profondi mutamenti della coscienza.   L’antica
scienza del respiro indiana, il pranayama, ad esempio, offre vari metodi molto avanzati e sofisticati di questo tipo.
Altre tecniche che prevedono l’uso di una respirazione intensa, oppure che trattengono il respiro, sono
presenti in alcuni esercizi di Yoga Kundalini, di Yoga Siddha, ed anche nel Vajrayana tibetano, nella
pratica Sufi, nella meditazione buddista birmana e in quella taoista, e in molte altre tradizioni.
Il buddismo Zen Soto (shikan taza) e alcune pratiche taoiste e cristiane usano tecniche che danno maggior
rilievo alla consapevolezza del respiro piuttosto che alle dinamiche respiratorie in senso stretto.
Vi sono anche dei rituali artistici che possono influenzare profondamente, anche se indirettamente, la profondità e il ritmo del respiro: il Ketjak, o canto della scimmia balinese, la musica di gola degli Inuit eschimesi, i kirtan e bhajan, o canti Sufi.
Negli ultimi decenni i terapeuti occidentali hanno riscoperto il potere di guarigione della respirazione, e
hanno sviluppato delle tecniche per utilizzarla. Noi stessi abbiamo sperimentato vari approcci al respiro
nel corso di vari seminari, ognuno della durata di un mese, presso l’Esalen Institute di Big Sur, in California.
Tali seminari comprendevano sia esercizi di respirazione provenienti da varie tradizioni spirituali antiche,       sotto la guida di insegnanti indiani e tibetani, sia varie tecniche elaborate da terapeuti occidentali.                Ognuno di questi approcci pone l’accento sul respiro in un modo diverso, e ne fa uso con un procedimento specifico.
La nostra ricerca di un metodo efficace capace di sfruttare tutto il potenziale di guarigione del respiro
ci ha portati a semplificare al massimo questo processo.
Siamo pertanto giunti alla conclusione che sia sufficiente respirare più velocemente e con più intensità del solito, mentre ci si concentra totalmente sul processo interiore. Invece di dar maggior rilievo ad una data tecnica respiratoria piuttosto che a un’altra, anche in questo campo adottiamo la strategia generale della RO, ossia incoraggiamo i partecipanti ad iniziare la sessione respirando più rapidamente e più profondamente, unendo insieme l’inspirazione e l’espirazione in un ciclo continuo di respiro.
Quando si innesca il processo, ognuno trova e segue il proprio ritmo e modo di respirare.
Ognuno dei partecipanti alle sedute di RO usa il respiro in modo diverso, ma questo non vuol dire che allora la respirazione sia un elemento trascurabile.
Helen Bonny, che era stata in precedenza la terapeuta incaricata della musica nel nostro programma di
ricerca nel Maryland, negli anni successivi ha dimostrato che la musica evocativa è in grado di indurre potenti esperienze; ha sviluppato quella che lei stessa definisce “immaginazione guidata con la musica”
(GIM – “Guided Imagery Music”).
Molti tipi di lavoro sulla respirazione, come il classico rebirthing, non usano la musica.  La meditazione
Vipassana fa solo uso di una certa qualità dell’attenzione. Nella RO questi tre elementi musica , respirazione , attenzione interiorizzata sono fusi insieme e si potenziano l’un l’altro.

(Per gentile concessione del Prof .Stanislav Grof)

 

Traduzione dall' Inglese di Anna Paola Maestrini  per  olotropica.it - Dicembre 2003  -

 Revisione a cura di Katia Soliani

Grazie AnnaPaola

divisore

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