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La luce della Morte

Far risplendere la luce della morte nellla vita by LARRY ROSENBERG

La trascrizione di questo discorso tenuto durante un seminario dedicato alla meditazione di consapevolezza sulla morte (maranasati) è apparsa suddivisa in due parti sulla rivista americana Insight (primavera e autunno 1994).
Per l’importanza dell’argomento e la profondità con cui viene trattato abbiamo deciso di offrire ai lettori il testo integrale, nonostante la lunghezza.
Purtroppo Larry Rosenberg ha dovuto disdire la sua presenza al ritiro in programma a Pomaia (28/8 - 6/9/1998) e annullare il seminario a Roma proprio sul tema della morte e la pratica del Dharma; con la pubblicazione di questo suo discorso vorremmo contribuire a presentarne l’insegnamento su un tema tanto cruciale per il lavoro interiore.
Toccare la paura della morte
La meditazione sulla consapevolezza della morte è una della pratiche più antiche di tutte le tradizioni buddhiste.
Per citare le parole del Buddha: "di tutte le impronte, quella dell’elefante è la più grande. Similmente, di tutte le meditazioni di consapevolezza, quella sulla morte è la più grande".
(1)Il Libro Tibetano dei Morti fu uno dei primi testi ad attrarre l’attenzione dei praticanti buddhisti americani negli anni 60/70 e certamente uno dei più conosciuti.
La grande popolarità in America del buddhismo Vajrayana ha risvegliato un forte interesse nella meditazione sulla morte in generale e sugli stati di bardo in particolare.
Il libro di Sogyal Rinpoche The Tibetan Book of Living and Dying è solo l’ultimo di una lunga serie di testi buddhisti che trattano della morte e dei vari aspetti ad essa collegati.
Secondo Edward Conze, il noto storico del buddhismo:
Se possiamo credere a Buddhaghosa (l’autore del Visuddhimagga), tra le 40 pratiche meditative esistenti, solo due si possono considerare benefiche in qualunque circostanza: Lo sviluppo della compassione e Il ricordo della morte.
Quest’ultima ci induce a una riflessione sulla certezza della morte e ad abbandonare la ricerca di ciò che è senza valore e ad accrescere costantemente la nostra agitazione fino a perdere del tutto l’indolenza.
Tutto ciò è in accordo con Platone quando nel Fedone dice (64A) che "gli autentici devoti della conoscenza sono solo coloro che praticano il saper morire o l’incontrare la morte".
In realtà, per un buddhista poche cose sono salutari come il meditare sulla morte, inevitabile conseguenza della vita governata da attaccamento e ignoranza.
Sono molte le forme di Maranasati ( consapevolezza della morte ) che sono state tenute in alta considerazione fin dai tempi del Buddha.
La nostra cultura non ci incoraggia ad affrontare la morte mentre siamo ancora vivi e vegeti e posso presumere, anche senza conoscervi, che provate delle resistenze a intraprendere questo tipo di contemplazione.
Credo che Woody Allen, con la sua ‘saggezza hollywoodiana’ abbia reso perfettamente l’idea quando dice in uno dei suoi film: "Non è che abbia paura delle morte; è solo che non voglio esserci quando accadrà !".
Direi che per i praticanti di vipassana è il contrario: noi riconosciamo apertamente la nostra paura di morire e vogliamo veramente essere lì quando accadrà!
Molti di noi non prestano molta attenzione al fatto ovvio che moriremo e cercano in tutti i modi di distrarsi.    Perché allora contemplare formalmente la nostra morte mentre siamo ancora vivi? Perché ci prepariamo alla nostra morte?
La meditazione formale può essere molto utile per far emergere e lasciar andare le nostre paure latenti, specialmente la paura che tutti abbiamo di morire e con la quale possiamo non essere entrati in contatto.
La consapevolezza della morte è stata per me una pratica molto importante che ho fatto a volte anche in modo molto intensivo.
Il mio primo contatto con questa meditazione è avvenuto quasi 30 anni fa in modo molto naturale e informale ; a quell’epoca studiavo con Badrayana, un insegnante indiano.
Trascorremmo tre mesi in una cittadina messicana, isolata da tutto.
Una sera, mentre ero seduto nella mia stanza e praticavo la consapevolezza del respiro, egli venne a dirmi con tono entusiasta: "Interrompi tutto e vieni con me."
Scoprii che uno degli operai del posto, ubriaco, era annegato nella baia e il suo cadavere era poi riapparso sulla spiaggia.
Per motivi religiosi che ignoravamo, gli abitanti del villaggio si rifiutavano di toccare il corpo e si erano limitati a mettere il cadavere in una scatola con del ghiaccio.
Volevano che noi, forestieri, vegliassimo il cadavere fino a quando non fossero giunti il giorno seguente da Mexico City i parenti del morto e un prete.
Rimanemmo tutta la notte a vegliare il cadavere.
Non riuscivo a capire perché fosse così importante che facessi quest’esperienza.
Il mio insegnante stava facendo tutto questo , perché la considerava una straordinaria opportunità che ci era caduta in grembo.
Rimanemmo quindi seduti tutta la notte con il cadavere in putrefazione, gonfio, blu e che emanava un odore orribile.
Attraversai momenti di paura, nausea, resistenza e dubbio tremendo riguardo la necessità dell’impresa.
Chi era il mio insegnante per infliggermi quest’esperienza?
Mi osservava con molta attenzione e ogni volta che notava una forte reazione mi chiedeva: "Che cosa stai provando in questo momento?".
Gli raccontavo ciò che sentivo e lui diceva: "Va bene. Siedi con questo.
Stai col tuo respiro e siedi con esso".
Sedemmo con il cadavere fino al mattino seguente, quando arrivarono un prete cattolico e i familiari del defunto.
Durante la notte il mio insegnante continuò a rammentarmi che non ero esente dalla stessa legge: se qualcosa appare deve anche scomparire.
Quel corpo morto non era qualcosa capitato per caso, ma ciò a cui siamo tutti soggetti e che tutto pareggia.
Mi invitava costantemente a riflettere sul fatto che quel corpo era il mio vero insegnante; a vederlo come se fosse il mio corpo.
Alla fine fui in grado di calmarmi e di prestare totale attenzione al cadavere e alle reazioni che mi suscitava.
La sua condizione di cadavere mi divenne più chiara, e così la mia di essere vivo.
Ritornando a quell’esperienza, sebbene estremamente sgradevole al momento, fu invece di incomparabile valore.
La nostra idea della morte
Approfondendo la capacità di meditare sulla consapevolezza della morte, impariamo a illuminare la vita con la luce della morte.
Non si tratta di un esercizio sulla morbosità o sull’autocompassione, né ha lo scopo di terrorizzarci ; spesso ci si sente leggeri, felici e sollevati dopo aver riconosciuto direttamente la verità della nostra morte inevitabile.
È un’opportunità straordinaria che ci si presenta per lavorare con la paura.
Ciò di cui abbiamo paura non è la morte, ma la nostra idea della morte, un’idea molto potente.
Molte pratiche meditative buddhiste in occidente si concentrano su oggetti collegati alla bellezza, alla gioia o alla pace, insomma qualcosa di attraente.
Certo, la morte viene ricordata spesso negli insegnamenti e riveste un’importanza vitale per la comprensione di anicca, ovvero l’impermanenza, il cambiamento, l’incertezza.
La riflessione su anicca, sul fatto cioè che tutto ciò che sorge passa, è fondamentale per la pratica della saggezza; tuttavia non viene usata spesso in maniera sistematica e continuativa come soggetto della contemplazione formale.
Nove anni fa feci un discorso al Cambridge Insight Meditation Center sulla consapevolezza della morte; verso la fine qualcuno fuggì dalla stanza, evidentemente sopraffatto dall’ansia.
Più tardi quella stessa persona mi raccontò della paura che il mio discorso le aveva fatto sorgere.
Thich Nhat Hanh mi consigliò molta prudenza nell’insegnare Maranasati, soprattutto per quelle persone che, sofferenti fisicamente o psichicamente, sono ancora fortemente dominate dal Desiderio e dall’Avversione.
Saggiamente, credo; da allora ho condiviso questa pratica con pochi meditanti, ma i tempi sono cambiati e mi sembra chiaro adesso che la meditazione sulla consapevolezza della morte è troppo importante per non parlarne apertamente.
Portare alla coscienza l’idea della nostra morte può essere di grande giovamento solo se decidiamo di praticare maranasati, perché questo significa illuminare la vita con la luce della morte.
Molti aspetti della nostra vita crollano quando vengono esposti a questa luce mentre altri diventano ancora più preziosi.
Vorrei citare alcuni casi in cui la pratica della consapevolezza della morte mi ha aiutato.
Spesso ha fatto uscire allo scoperto la paura della natura finita del corpo fisico.
Far emergere la paura della morte ci fornisce un’opportunità di usare sati-pañña, ovvero la consapevolezza con discernimento, perché la saggezza può deprivare questa naturale fonte di ansia di un po’ del suo potere.
Vi invito a ricordare che ciò di cui la maggior parte di noi ha paura non è veramente la morte, ma l’idea che abbiamo della morte.
Ho l’impressione che oggi ci sia molto più interesse nella contemplazione della morte di quanto non ce ne fosse nove anni fa.
C’è stato anche un aumento consistente di praticanti sinceri e impegnati pronti a offrire sostegno; naturalmente può essere una grande pratica di Dharma.
Quando lavoravo con Ajahn Suwat, un monaco thailandese della foresta, su ciò che egli chiamava "venire a patti con la vera natura del corpo", io ero già seriamente impegnato nei cinque precetti, avevo anni di studio e di pratica intensiva e il supporto del sangha; ma la cosa più importante era la sua presenza amorevole e profondamente equanime di fronte alle forti reazioni emotive che avevo all’idea della mia morte.
Egli aveva affrontato le sue paure ed era in grado di aiutarmi ad affrontare le mie.
Ciò nonostante rimango cauto.
Le pratiche che ora vedremo vogliono solo essere un’introduzione.
Nel passato sono state di incalcolabile aiuto per alcuni praticanti, forse saranno interessanti anche per alcuni di voi.
Qui non si tratta di armarci con una nuova ideologia né di rimpiazzare le già scartate nozioni giudaico-cristiane dell’anima eterna o le conclusioni marxiste sul totale annichilimento conseguente alla morte del corpo con una visione ‘buddhista’ della morte.
Piuttosto ci interessa vedere come l’idea della nostra morte agisca su di noi, adesso.
Impermanenza e valore della vita .
Anche quando siamo terrorizzati dalla morte, normalmente poniamo questa ineluttabilità in un lontano futuro.
Quando siamo giovani è più facile farlo ("Abbiamo ancora tanto tempo!") di certo non sappiamo molto della nostra relazione con un fatto profondamente ovvio e così fondamentale, ossia che possiamo morire in qualunque momento.
La nostra vita è realmente sospesa a un respiro!
Conosciamo bene il nostro rapporto con il sesso, l’amore, l’arte, la rabbia, il cibo, il denaro, la politica, ma non molto il significato soggettivo della nostra morte.
Ci può essere un considerevole divario tra il fatto ovvio della morte inevitabile e il grado di riflessione dedicato a tale importante argomento.
Troviamo molti modi per evitare il significato emotivo della nostra morte, l’insegnamento buddhista stesso può essere usato per nascondersi.
La teoria della rinascita, ad esempio, può essere molto confortante.
Ma quanto è profonda la vostra fede in essa? Non nasconde piuttosto forse un terrore non investigato? Ho chiesto a Byok Jo Sunim, un mio insegnante Zen coreano, che cosa succede dopo la morte.
Mi ha risposto di non saperlo e vedendomi scontento della sua risposta ha aggiunto: "Non sono ancora morto!"
Mi stava incoraggiando ad affidarmi alla mia esperienza diretta, piuttosto che alla dottrina del karma e della rinascita.
Le pratiche di meditazione formale che vorrei brevemente presentarvi sono in effetti degli inviti rivolti alla nostra paura della morte perché venga a farci visita, affinché si presenti nel modo più chiaro e immediato possibile.
Quando viene evocata, la paura della morte spesso si presenta come un’immagine molto tenue, come se si trattasse della morte di qualcuno in un futuro lontano; quel qualcuno naturalmente siete voi.
Rimandare la morte a un tempo futuro senza rendersene conto può essere un’operazione molto sottile e può far sorgere emozioni acute e spiacevoli che ci forniscono però un potente terreno di energia spaventosa con cui praticare.
Le pratiche formali di consapevolezza della morte servono ad aiutarci a entrare maggiormente in contatto con le stesse sensazioni che probabilmente proveremo al momento della nostra morte effettiva.
Come percepite il vostro respiro in questo preciso momento? Sentite dei suoni? Il silenzio? Degli odori? Provate disagio fisico?
Quali pensieri, immagini e stati d’animo colorano la vostra coscienza in questo momento? Cercate di stare il più possibile in contatto con il momento presente.
Quando verrà l’ora di morire accadrà in un qualunque momento della vita, come questo.
Il processo della morte avverrà adesso.
La pratica di consapevolezza della morte ci aiuta a simulare questo momento e a indebolire o trascendere il potere della paura che da esso deriva.
La consapevolezza della morte è una pratica importante per molti altri aspetti , ogni volta che pratichiamo maranasati ci alleniamo a riconoscere la natura impermanente di ogni cosa perché approfondisce la nostra comprensione di ciò che significa essere vivi.
Siamo tutti compagni nell’invecchiamento, nella malattia e nella morte e il vederlo più chiaramente ci aiuta a sentire quanto ciascuno di noi sia prezioso.
L’ostinata familiarità di tutto ciò che riguarda la nostra vita quotidiana può squarciarsi e fornire nuova freschezza.
Non c’è modo di essere esentati dalla morte, anche coloro che amiamo devono morire.
Vedere veramente questo ci permette di guardare gli altri con più compassione.
Thich Nhat Hanh dice:
La vita è impermanente, ma questo non significa che non vale la pena vivere.
È proprio a causa della sua impermanenza che diamo tanto valore alla vita.
Per questo dobbiamo sapere come vivere intensamente ogni momento e usarlo in maniera responsabile.
Se siamo capaci di vivere completamente il momento presente, non avremo rimpianti dopo ; sapremo come prenderci cura di coloro che ci sono cari e dare loro felicità. Quando accettiamo che tutte le cose sono impermanenti, la sofferenza causata dalla loro decadenza e dalla loro morte non ci renderà impotenti.
Possiamo restare in pace e contenti di fronte al cambiamento, alla prosperità e il declino, il successo e il fallimento.
Morire nel presente
Approfondire la comprensione della morte può influire in modo radicale sulla nostra vita, possono cambiare le priorità e noi non investiremo più così tanto in un immaginario futuro.
Forse accumuleremo meno cose, forse saremo meno ossessionati da una sicurezza irraggiungibile, forse saremo meno preoccupati di ‘diventare qualcuno’ e non vivremo più così proiettati nel ‘futuro’, perché non esiste.
È possibile ottenere la realizzazione in questo momento? Imparare a morire significa anche imparare a vivere.
La morte può essere un ‘allenatore’ che ci incoraggia a vivere totalmente nel presente, con maggiore fiducia e meno paura.
Quando facciamo risplendere la luce della morte sulla brama di potere, fama e denaro, questa tenderà a perdere parte della sua magnetica attrazione e si avrà come risultato un maggiore impegno nella pratica.
La contemplazione della morte mi ha aiutato a superare gli alti e bassi della pratica, può rappresentare un antidoto efficace nei periodi di apatia, non durano in eterno!
Qualunque condizione, qualunque circostanza in cui ci troviamo coinvolti è ideale per la pratica!
Quando rimango intrappolato in meschinità o risentimenti verso gli altri, ricordarmi di rivolgermi verso pensieri sulla morte in genere mi aiuta a ristabilire l’equilibrio mentale.
In un discorso di Dharma, Ajahn Maha Boowa ci raccontò di un monaco della foresta thailandese che si trovò di fronte a una tigre ; fu in grado di controllare la propria paura ed evitare di essere aggredito riflettendo sul fatto che lui stesso e la tigre erano compagni nel nascere, invecchiare, ammalarsi e morire.
La paura fu sostituita da una profonda compassione ; Si osservarono a vicenda per alcuni minuti, poi la tigre se ne andò.
Il messaggio della nostra morte incombente ovviamente può avere un effetto molto diverso.
Una persona palesemente depressa un giorno mi avvicinò dopo un discorso su maranasati.
Era deluso di se stesso, voleva abbandonare tutto per il Dharma, ma in realtà preferiva sesso, droghe e rock-and-roll! Cosa stimiamo veramente? Perché siamo nati?
" In breve, se non siete consapevoli della morte, qualunque pratica di Dharma facciate sarà solo superficiale."
Milarepa
Cosa intende dire Milarepa? Quando ci dimentichiamo della nostra morte, siamo più soggetti a dimenticare il Dharma? Se non abbiamo presente la morte perderemo anche il desiderio di allenare la nostra mente nel Dharma?
Dimenticando la morte ci perderemo nelle preoccupazioni della vita? Gli insegnamenti di Dharma perderanno di significato e importanza? Anche se non dimentichiamo il Dharma, può darsi che tenderemo a limitarci a ‘pensare’ alla pratica, in quel luogo della mente dove il "non morirò oggi" suona sempre vero.
La verità è che stiamo tutti cantando e ballando sul Titanic, ma ci comportiamo come se stessimo facendo una crociera alle Bermuda.
Forse non mettiamo in moto i nostri buoni propositi di pratica, e un altro giorno se ne va. In una circostanza come questa la meditazione di consapevolezza in nove punti che stiamo per fare ci viene in aiuto.
Restare consapevoli della nostra morte può lasciare una profonda impressione nella mente che ci farà impegnare nella pratica con rinnovata energia e sincerità.
Ricordare la morte può avere effetti benefici, può dare un significato più forte e più chiaro allo scopo e fornire uno schema di riferimento per non sprecare tempo, impiegando invece la nostra energia per cogliere l’essenza da questa preziosa vita umana.
Nella mia pratica personale, quando provo sonnolenza passo dalla vipassana alla consapevolezza della morte ed essa spesso genera nuova energia.
Noi praticanti di vipassana sentiamo tanto parlare di lasciar andare, ma nonostante questo siamo sopraffatti dall’attaccamento alle cose effimere di questo mondo, come ad esempio la potente influenza delle ‘otto preoccupazioni mondane’: sentirci felici se riceviamo dei regali e infelici se non ce ne fanno; felici se siamo a nostro agio e infelici se non lo siamo; felici se siamo famosi e infelici se non lo siamo; felici se apprezzati e infelici se criticati. Gran parte del nostro tempo e della nostra energia vengono spesi per costruire un senso di ‘io-mio’ con questo materiale.
Osservate quello che succede quando tutto questo viene visto alla luce della morte! Le nostre priorità diventano più chiare, attaccamenti che sembravano d’acciaio si ammorbidiscono e a volte scompaiono addirittura.
Vi scoprirete più generosi con i vostri beni.
Se meditate già da un po’ vi sarà stato chiesto spesso di "stare con il momento presente."
Avete veramente interiorizzato la semplicità e l’acutezza di questa frase-guida per la vita? Se così non è, lasciate che la meditazione sulla morte lavori su di voi e osservate cosa succede. Maranasati può essere importante all’inizio (per alcuni è un forte stimolo a intraprendere il cammino del Dharma).
Può essere importante nel mezzo (quando funziona come condizione per stimolare anni di sincera devozione alla meditazione).
È importante alla fine (perché ci permette di morire felicemente, con grazia, senza rimpianti e con la fiducia che si è sviluppata naturalmente da una pratica sincera lungo tutta una vita, capace di influenzare i nostri ultimi istanti).
" Sono fuggito sulle montagne perché temevo la morte; ho realizzato la vacuità, il modo di esistere primordiale della mente. Anche se dovessi morire adesso, sarebbe con soddisfazione"    Milarepa.
Le meditazioni che seguono hanno uno scopo preciso e specifico: sono state adattate per praticanti di vipassana, persone già motivate a percorrere la via, a risvegliarsi all’urgenza della pratica del Dharma.
Se siete nuovi alla meditazione di consapevolezza intensa, questo senso di priorità e impegno può essere carente.
Le esortazioni possono sembrare limitate, rigide o inadeguate.
Se vi trovate in uno stato di grande tensione nervosa, può darsi che invece preferiate contemplare aspetti più piacevoli del Dharma.
Vi invito a usare il vostro buon senso nel decidere quando praticare la meditazione sulla morte.
La pratica della meditazione sulla morte in nove parti
Questa meditazione è stata adattata dagli insegnamenti di Atisha (980-1055), il grande saggio buddhista indiano, dalle istruzioni personali di Tara Tulku Rinpoche e di Ajahn Suwat; si compone di tre radici:
1) pensare all’ineluttabilità della morte;
2) pensare all’incertezza di quando morirete;
3) pensare che nulla, tranne la pratica del Dharma, vi può aiutare a morire.
Per ogni radice vengono offerti tre spunti di riflessione, in tutto sono nove contemplazioni. Vorrei suggerire una modalità di pratica che trovo utile.
Approfondite il primo spunto di riflessione "tutti dobbiamo morire", poi passate agli altri otto più velocemente.
In nove sedute (cioè una al giorno) avrete avuto l’opportunità di lavorare con ciascuno di essi con una certa profondità.
Naturalmente, se volete, potete poi ricominciare da capo.
Iniziate ogni seduta con samatha (la calma), permettendo alla mente di riposare nel respiro.
Se siete già stabilizzati nella calma (ad esempio nella concentrazione d’accesso o primo jhana) potete tralasciare questo punto.
Prendete poi la frase "tutti dobbiamo morire" o un’immagine che la evochi e ‘rivoltatela’ con mente serena e concentrata.
Se la mente è ancora afflitta dagli impedimenti è probabile che la contemplazione sia vaga e facilmente disturbata.
Quando la capacità di prestare attenzione è limitata, il significato di una data contemplazione non arriva fino in fondo al cuore.
Non avviene un cambiamento sostanziale rispetto a come ci rapportiamo alla vita e alla morte.
In una mente serena il pensiero può essere molto acuto e flessibile.
Possiamo dirigere la nostra attenzione con precisione e chiarezza.
La nostra riflessione può essere ininterrotta e possedere il potente supporto di samatha ; la Calma che ci consente di rimanere emotivamente impegnati, intensamente interessati.
La mente in questo stato è molto ricettiva; non è necessario pensare attivamente all’argomento e la ricchezza del significato si rivela da sé.
Rimanete attenti alla vostra esperienza mentre racconta la sua storia.
Lasciate che la verità della contemplazione abbia effetto su di voi.
Sperimentate l’ineluttabilità della morte con tutto il vostro essere!
Continuando a lavorare con questa meditazione sulla morte in nove punti, potrete scoprire che uno dei temi è particolarmente fertile.
Sentitevi liberi di oltrepassare le porte che vi si spalancano durante la pratica, ma state attenti che il processo creativo non vi porti lontano dall’organizzazione progressiva e sistematica di questo schema.
Ad esempio, mentre stavo lavorando con la radice dell’‘ineluttabilità’, una sera, dopo la pratica formale, mi misi a guardare un film degli anni 30 con Clark Gable e Carole Lombard, e molti altri attori che conoscevo bene.
Poiché probabilmente avevo ancora in mente la contemplazione appena fatta, notai un fatto ovvio e affascinante: tutti i protagonisti del film erano ormai morti!
Il produttore, il regista, i musicisti, gli attori e così via, erano tutti morti.
Osservavo con sommo interesse gli attori: virili, sensuali, energici, tutti morti.
Interiorizzai l’impatto di questa realizzazione e stetti con essa per un po’, poi riaprii gli occhi e li osservai di nuovo vivere le loro vite sullo schermo, poi mi riconcentrai al mio interno.
Continuai così per un po’ perché questo metodo made in U.S.A. funzionava.
Passiamo ora allo schema di pratica.
L’ineluttabilità’ della morte
1. Tutti dobbiamo morire
Nella prima parte della sequenza di nove pensieri riguardanti la morte contempliamo il fatto ovvio che nessuno può mancare all’appuntamento con la morte.
Nulla può evitarci di morire ; La morte è la logica conseguenza della nascita.
La morte comincia ad agire sulla vita dal momento della nascita.
L’ineluttabilità di questa verità è tanto ovvia quanto i ‘vestiti dell’imperatore’ (l’imperatore è nudo) e noi moriremo. Non ci sono eccezioni.
Differenze in senso di istruzione, integrità morale e maturità spirituale sono irrilevanti, vengono tutte azzerate.
Anche se questo evento è l’unico certo, pensiamo mai di fare qualcosa?
Nel Visuddhimagga Buddhaghosa ci offre un aiuto a riguardo.
Paragonate voi stessi con altre persone di grande fama, merito, forza, poteri soprannaturali e comprensione.
Riflettete su come la morte inevitabilmente abbia raggiunto ciascuna di queste persone straordinarie, "come potrà quindi, alla fine, non cogliere anche me?".
In questo modo contemplo il mio primo insegnante, J. Krishnamurti.
La sua chiarezza interiore, la sua forza e la sua immensa vitalità mi avevano avvicinato a lui.
La sua vita molto attiva di insegnante terminò solo a due settimane dalla morte, quando aveva novant’anni, ma è sicuramente terminata. Il Buddha ha detto: "Giovani e vecchi, folli e saggi, ricchi e poveri, tutti muoiono.
Come tazze di coccio di un vasaio, grandi e piccole, cotte o no, tutte finiranno rotte, allo stesso modo la vita si dirige verso la morte".
2. Il tempo di vita diminuisce continuamente
Il movimento verso la morte è inesorabile, non si ferma mai.
La nostra vita scivola via ; Ad ogni ticchettio dell’orologio ci avviciniamo al termine della vita così come la conosciamo.
Il grande maestro indiano Atisha come supporto a questa contemplazione usava il rumore dell’acqua che goccia.
Osservate attentamente il vostro respiro: il tempo scorre ad ogni respiro, anche adesso che state leggendo.
Di respiro in respiro noi ci avviciniamo sempre più alla fine della vita qui sulla terra, non c’è niente da fare.
Riuscite a portare la vostra attenzione sulla sensazione del fluire ininterrotto del tempo che ci trasporta verso la morte? È come cadere da un albero.
Sicuramente finiremo per terra.
Quali pensieri o emozioni vi stimola questa realizzazione? Quando viene il momento di morire cosa possiamo fare? Solo morire!
"Dopo la nascita non abbiamo la libertà di fermarci nemmeno per un minuto.
Ci dirigiamo verso l’abbraccio del Signore della Morte come un atleta in corsa. Possiamo credere di stare tra i vivi, ma la nostra vita è solo l’autostrada per la morte".
      Il Settimo Dalai Lama
3. La morte arriverà sia che abbiamo trovato il tempo per praticare il Dharma sia che non lo abbiamo fatto
L’essenza di questa contemplazione è espressa molto bene da Guntang Rinpoche : "Per vent’anni non ho voluto praticare il Dharma. Nei vent’anni successivi pensavo che avrei praticato più avanti.
Ho passato altri vent’anni occupato in altre attività e rimpiangendo il fatto che non mi ero impegnato nella pratica di Dharma. Questa è la storia della mia vuota vita umana."
Il tempo che trascorriamo per sviluppare la mente è molto poco.
La vita è così breve, probabilmente la maggior parte di noi moriranno prima di aver cominciato a praticare in maniera sostanziale.
Tanto tempo speso a dormire, a mangiare, a "non sapere cosa fare". Forse metà della nostra vita se ne va in questo modo. O anche di più.
Avete già raggiunto quel momento della vita in cui si rimpiange di aver fatto tanti progetti e averne realizzati così pochi? Non è troppo tardi. Svegliatevi !
La spinta principale che ci viene da queste riflessioni sull’ineluttabilità della morte è di incoraggiarci a vivere e respirare il Dharma.
È così facile sciupare il tempo per altri scopi, fino a quando, senza preavviso, moriamo.
È troppo tardi per negoziare con la Morte.
Implorarla di darci più tempo perché finalmente siamo pronti è inutile.
La meditazione di consapevolezza sulla morte ci aiuta a sviluppare un desiderio sincero di praticare, ad alterare la nostra routine quotidiana in modo da includere più tempo per la pratica e, infine, a fare del Dharma la nostra assoluta priorità.
Questa contemplazione può far sorgere il timore di morire impreparati, una paura motivata, perché molti di noi non sono preparati alla morte.
Vent’anni fa chiesi ad Anagarika Munindra come affrontare la morte.
Egli affermò senza esitazione che i praticanti di Consapevolezza Intensa cercano sempre di restare consapevoli delle condizioni di mente e corpo.
La pratica al momento della morte non è diversa.
Naturalmente la sfida è molto più grande negli ultimi istanti.
La nostra capacità di prestare attenzione è in grado di sostenere questa sfida? Egli insistette quindi sul fatto che il momento di essere pronti è adesso.
L’incertezza del momento della morte
4. La durata della vita è ignota
Il tempo che abbiamo da vivere in questo mondo non è fisso.
Se siamo giovani o in buona salute possiamo prenderci in giro convincendoci che non moriremo tanto presto.
La morte può arrivare in qualunque momento, non è tenuta a darci il preavviso.
Non è riservata agli anziani e ai malati.
Ieri ho appreso che un insegnate Zen coreano che conoscevo bene è morto di un attacco di cuore durante un colloquio.  Aveva 50 anni.
La gente muore in incidenti stradali, mentre mangia, dorme o sta programmando le ferie.
Alcuni muoiono al momento della nascita.
In continuazione vediamo delle bestioline morte lungo la strada dell’Insight Meditation Society. La morte può arrivare in ogni momento, questo è un fatto, ma nessuno ci crede veramente.
La maggior parte di noi è convinta che vivrà ancora per un certo tempo.
Migliaia di persone muoiono ogni giorno.
La sfida di questa contemplazione è di far sorgere un forte senso di incertezza su quando avverrà la nostra morte. Sapete veramente quanto tempo vi rimane?
"Gli animi erano carichi di aspettative questa mattina, mentre gli uomini decidevano di sottomettere i nemici e proteggere la loro terra.
Ora, con la notte che incombe, uccelli e cani masticano i loro cadaveri.
Chi avrebbe creduto che proprio loro sarebbero morti oggi ?
                               Il Settimo Dalai Lama
5. Vi sono molte cause di morte
Di nuovo, ma da un’angolazione leggermente diversa, cerchiamo di prendere coscienza e imprimerci la possibilità di morte sempre presente.
Vedendo che questa possibilità cancella tutte le altre, ci chiederemo allora il significato e il senso di come stiamo vivendo la nostra vita adesso?
Questi quesiti danno rilievo alla nostra pratica del Dharma permettendole di gestire il nostro tempo e la nostra energia?
In questa quinta contemplazione della serie, riflettiamo sul fatto che esiste un elenco infinito di condizioni interne ed esterne che possono provocare il nostro decesso.
Ascoltare il notiziario alla televisione ci ricorda che la morte può venire dall’esterno, con carestie, terremoti, incendi, inquinamento, guerra, omicidi, disastri aerei o incidenti stradali...
Se vi sentite relativamente protetti da queste cause, vi prego di rifletterci!
Tra i problemi provenienti dal nostro interno che pongono termine alla vita ci sono: attacchi di cuore, cancro, AIDS e la corposa lista delle nuove patologie mortali.
Vi invito a contemplare questa considerazione.
"Conserviamo la nostra vita tra migliaia di condizioni che minacciano la morte.
La nostra forza vitale è come la fiamma di una candela nel vento.
La fiamma della candela della nostra vita viene facilmente spenta dai venti di morte che soffiano da tutte le direzioni."  
                                                                                                Nagarjuna
6. Il corpo umano è molto fragile
Mio zio era un tipo robusto, quando aveva vent’anni si ferì con un rasoio arrugginito.
Morì nel giro di alcuni giorni.
Il corpo è delicato e vulnerabile, non è fatto di una qualche sostanza indistruttibile.
È davvero facile che rimanga ferito, che si rompa, che un cambiamento di condizioni trasformi una persona sana e piena di energia in un essere indifeso, debole e alla fine morto.
A causarlo può essere un piccolo microbo o un colpo in una parte vitale.
Siamo tutti così inermi.
La vita ci fornisce una varietà di esempi concreti di quanto sia fragile è il nostro corpo:
A proposito della fragilità della vita: questa vita è fragile e impotente.
Perché la vita degli esseri è legata al respiro...
"C’è vita solo quando le inspirazioni e le espirazioni si susseguono regolarmente.
Ma quando l’aria delle narici esce e non rientra, o quando quella che è entrata non esce, allora un essere viene considerato morto."                                                        
Dal  Visuddhimagga
Partendo da questa semplice osservazione, abbiamo un metodo altrettanto semplice per la contemplazione numero 6: state con il respiro, osservate la morte in ogni inspirazione ed espirazione fino a quando sorge una forte convinzione: la nostra vita è letteralmente sospesa a un respiro.
Solo la pratica del Dharma ci può aiutare nel momento della morte.
7. Nel momento della morte le nostre ricchezze non ci possono aiutare
Immaginatevi nel vostro letto di morte. Siete sempre più deboli.
Tutte le vostre ricchezze guadagnate con fatica sono disponibili, ma inutili.
Bisogna lasciare tutto: il conto in banca, la collezione di libri e dischi, gli oggetti antichi, i vestiti, i cibi squisiti.
Veniamo separati da ciò che ci appartiene.
Questi piaceri del passato hanno una qualche importanza adesso che la vita scivola via?
Cercate di sentire il vostro attaccamento a queste cose durante la vita e a come siano totalmente inutili adesso.
Riuscite a sentirlo veramente? Lasciar andare ci aiuta a morire in pace.
Non appena morti, i nostri beni e tutti gli oggetti cari andranno ad amici, parenti, sconosciuti, negozi dell’usato, nell’immondizia.
Ci sono voluti tanto tempo ed energia per mettere insieme tutte queste cose.
Per quanto ci sia prezioso un particolare oggetto non lo possiamo portare con noi quando la Morte ci trascinerà.
Non è un ‘investimento sicuro’ dare più attenzione alla pratica del Dharma dato che il frutto del lavoro di purificazione della coscienza è la sola cosa che può seguirci?
"Evita le azioni inutili, e cerca la via della gioia spirituale.
Le cose di questa vita svaniscono rapidamente; coltiva ciò che porta beneficio per l’eternità." 
  Dul zhug Lin-pa
8. I nostri cari non ci possono aiutare
È naturale che al momento della morte chiediamo aiuto a coloro che amiamo.
Nonostante il profondo legame, c’è poco da fare, dobbiamo affrontare la morte da soli.
Forti attaccamenti rendono le cose solo più difficili e la nostra dipartita sarà segnata dal tormento.
Attaccamento e pace non vanno d’accordo, siamo venuti da soli, e dobbiamo andarcene da soli.
Coloro che amiamo sono impotenti proprio quando abbiamo più bisogno.
Imparare ad affrontare realisticamente la morte è anche saper fronteggiare adesso questa dura verità.
Vediamo quindi che la ricchezza non ci può aiutare, né i nostri amici possono arrestare il processo della morte.
Solo la pratica dellla consapevolezza , le tracce benefiche del passato e la capacità di rimanere consapevoli e svegli durante gli ultimi istanti, potranno essere veramente utili.
" Mentre giaccio sul letto, sebbene circondato da tutti gli amici e parenti, io solo sperimenterò la sensazione della vita che se ne va.
Quando i messaggeri del Signore della Morte mi prenderanno cosa potranno fare i miei amici? Che aiuto mi potranno dare i familiari?
In quel momento la sola cosa che mi potrà dare la giusta direzione sarà il grado di purezza del mio flusso mentale.
Ma mi sono mai veramente impegnato per realizzare questo ?
                       Santideva
9. Il nostro corpo non ci può aiutare
"Questo corpo cui eravamo così affezionati ci abbandona proprio quando ne abbiamo più bisogno."
Il Primo Panchen Lama
Trascorriamo la maggior parte della vita occupandoci del corpo.
Nutrirlo, lavarlo e vestirlo richiede una quantità di tempo.
Quando è necessario gli dobbiamo dare riposo e cura.
Lo alleniamo, lo orniamo con bei vestiti e in ogni modo cerchiamo di renderlo attraente.
Ci spalmiamo di oli e creme per farlo apparire giovane.
Raddrizziamo denti e schiene, scegliamo con cura gli occhiali, ci lisciamo o arricciamo i capelli.
Strofiniamo, puliamo, massaggiamo e allunghiamo il nostro corpo, lo copriamo quando è freddo. Passiamo eoni di fronte allo specchio valutando i risultati dei nostri sforzi, e poi cosa accade? Se ne va e ci muore comunque!
Moriamo in questo corpo che tanto abbiamo curato.
Questa realizzazione può aumentare la vostra determinazione a praticare il Dharma?
Lo spero, ma vi invito a stare attenti a non cadere nell’altro estremo trascurando il corpo.
Un consiglio che mi diede J. Krishnamurti molti anni or sono mi è stato di grande aiuto: egli disse che anche se non siamo il corpo, dobbiamo averne cura come un cavaliere ha cura del suo cavallo. Il cavallo non è nostro, ma averne cura può fare la differenza in battaglia tra la vita e la morte.
C’è questo corpo, averne ragionevole cura è un aspetto vitale della nostra pratica .
Questo corpo con il quale siamo così intimi, è il nostro compagno dalla nascita.
Con esso abbiamo sperimentato gioia e dolore, lo apprezziamo.
Nella morte diventa debole e inutile proprio mentre ci avviciniamo alla separazione da questa vita. Siete in grado di sentire la dipendenza e l’attaccamento? Riuscite a vedere come questo attaccamento sia solo fonte di sofferenza?
Immaginate cosa provereste se foste sul letto di morte: perdere il lavoro, le amicizie, la casa, il denaro eccetera, tutto insieme!
Riuscite a visualizzare la sensazione di impotenza e di perdita e, allo stesso tempo, rimanere svegli? Potete rimanere il puro conoscere?
Alla fine di ogni seduta riflettete per alcuni istanti su questa determinazione: "Poiché è vero che posso morire in qualunque momento, praticherò proprio adesso".
A proposito, siete consapevoli di stare respirando in questo momento?  È davvero meraviglioso essere ancora vivi!
 
1. Sogyal Rinpoche, Il libro tibetano del vivere e del morire, Ubaldini Editore, Roma 1994.
TRADUZIONE DALL’INGLESE DI SAMIRA COCCON
©  2001-2007- http://www.olotropica.it/ di Katia Soliani

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